Dal libro Dante e le tradizioni latine medioevali di Peter Dronke, pubblicato da il Mulino:
“ la sua [di Dante] era una mente per cui ogni assimilazione rappresentava istintivamente l’inizio di un’alchimia. V’è in Dante una rara ed ostinata indipendenza- che è vicina al centro della sua creatività. Perciò le tradizioni che sono qui rievocate non rivelano altro che possibilità cui Dante poteva attingere; esse ci conducono solo fino alla soglia del mistero di come egli abbia potuto andare al di là di ciò che conosceva”.
“Mentre Dante, nel secondo canto del Paradiso, intraprende la propria ricerca della più alta poesia, sull’alto mare («per l’alto sale»), nella sua barca («mio legno»), pronto ad affrontare i pericoli di acque mai attraversate dall’uomo, non sta facendo che portare a compimento nel regno dello spirito ciò che la sua creatura, Ulisse, aveva tentato nel suo viaggio finale (Inf. XXVI). Essi [i riferimenti al viaggio di Ulisse come parallelo al suo] continuano nel quarto canto del Paradiso, dove l’insaziabile desiderio di comprendere l’ignoto diviene metaforicamente una scalata: « io veggio ben che già mai non si sazia/nostro intelletto…/ed è natura/ch’la sommo pinge noi di collo in collo».
L’Ulisse di Dante, nonostante il suo tradimento politico, era infiammato da questo desiderio di conoscere che è parte dell’essenza della nobiltà umana («seguir virtute e canoscenza») […]
Eppure il significato finale di quelle ricerche è differente: il viaggio di Ulisse, nonostante tutto il suo splendore, finisce con la distruzione, quello di Dante con la visione di Dio”
Dalla lettura di Dronke del viaggio di Dante e di quello del suo personaggio Ulisse a quella di José Luis Borges.
Dai Nove saggi danteschi pubblicati da Adelphi, saggio quarto, L’ultimo viaggio di Ulisse:
“Ulisse nel raccontare la sua impresa, la definisce insensata («folle»); nel ventisettesimo del Paradiso c’è un rinvio al «varco folle d’Ulisse», all’insensata o temeraria traversata di Ulisse. L’aggettivo è quello che Dante riferisce, nella selva oscura, al tremendo invito di Virgilio («temo che la venuta non sia folle»), la sua ripresa è intenzionale. Quando Dante giunge sulla spiaggia intravista da Ulisse prima di morire, dice che nessuno ha potuto navigare quelle acque e fare ritorno; poi racconta che Virgilio lo cinge con un giunco, «com’altrui piacque»: sono le stesse parole usate da Ulisse nel rivelare la sua tragica fine. Carlo Steiner scrive:« Il poeta ha certo pensato ad Ulisse, naufragato in vista di quel lido. Ma Ulisse aveva voluto giungervi con le sue sole forze, Dante, novello Ulisse, starà, cinto di umiltà, aperto l’animo alla fiducia di Dio, come un vincitore su quello stesso lido, al quale lo ha condotto la ragione illuminata e sorretta dalla grazia»[…] L’azione di Ulisse è indubbiamente il viaggio di Ulisse, perché Ulisse altro non è che il soggetto di cui si predica quell’azione, ma l’azione o impresa di Dante non è il viaggio di Dante, bensì la realizzazione del suo libro[…] Dante era teologo; più d’una volta la stesura della Commedia gi sarà parsa non meno ardua, forse non meno rischiosa e fatale, dell’ultimo viaggio di Ulisse”.
Dante aveva simboleggiato in vari passi della commedia un conflitto mentale e lo aveva simboleggiato anche nella tragica storia di Ulisse che a tale carica emotiva deve la sua forza.
Scrive ancora Borges:
“Dante fu Ulisse e in qualche modo poté temere il castigo di Ulisse”.