In ogni libro ci sono strutture profonde. L’analisi deve partire dalla superficie e scendere all’ossatura che sostiene l’intera costruzione. Scoperte le strutture, diviene naturale metterle a confronto con le altre disseminate dall’autore nel testo.
Prendo a esempio due passi da Moby Dick che ho segnato mentalmente mentre leggevo. L’omelia di padre Mapple termina con un climax: prima vengono gli ammonimenti ai compagni presenti nella chiesa, non “fedeli” ma “shipmates”. Padre Mapple si considera uno di loro, marinai, ufficiali o capitani che siano (ma Achab non c’è). Ammonimenti per evitare il dolore (“woe”). Seguendo le lezioni di vita del prete-uomo di mare gli ascoltatori- compagni conosceranno la gioia (“delight”). Celeste ma forse anche terrena.
Nel capitolo sulla bianchezza della balena, che Bloom considera il culmine visionario dell’intero testo, Ismaele- Melville (la figura dell’autore in questo caso coincide del tutto con quella del narratore- testimone e attore) ci parla del bianco nei termini usuali. Il bianco come colore della purezza, da associare alla gioia di cui parlava padre Mapple. Le immagini rassicuranti si susseguono fino allo scarto che genera un’inquietudine immediata nel lettore. Il bianco diventa il colore del male. L’ultima immagine, in un crescendo, è quella della balena bianca che deciderà l’esito tragico del viaggio maledetto. Climax o anti-climax? Dal bene al male, ma le immagini del bene suonano false. Il male sembra avere più potenza. Io penso che sia un climax, il negativo del sermone di padre Mapple.
