Hanna Schmitz non sa né leggere né scrivere. Al processo per crimini di guerra dice di “aver sentito dire” che i nazisti reclutavano. Forse non sapeva nemmeno per fare cosa. Dal suo giovane amante, un liceale erudito, desidera farsi leggere opere letterarie, poetiche, teatrali. Impone al suo amante, che studia a scuola il latino e il greco, di leggere per lei prima dell’amore.
Il personaggio è immerso in un mondo di cultura orale. Tutto quello che sa lo ha sentito dire e il suo modo di imparare è ascoltare, le parole con il loro significato (piange ascoltando dei versi), oppure il suono: il giovane recita a memoria dei versi latini e greci e lei dice “Bellissimi”, anche se non ne capisce il senso.
Il processo viene intentato sulla base di una testimonianza scritta: il libro che una giovane donna ebrea ha composto, raccontando la storia della chiesa in fiamme e delle porte chiuse che hanno causato la morte di 300 prigioniere, tranne lei e la madre.
Michael, diventato studente alla School of Law di Heidelberg, partecipa a un seminario specialistico dove si discute della Legge, che da consuetudine è diventata normativa attraverso la scrittura. Il professore distingue tra Morale e Legge. Porta i suoi allievi a quel processo dove si fa giustizia di un crimine, applicando
Michael, adulto, divenuto avvocato, quindi professionista della parola, le manda le cassette dei libri che le leggeva. Hanna ancora una volta ascolta ma poi si avvicina allo scritto e, da vecchia, impara a leggere e scrivere.
Michael alla fine racconta la storia sua e di Hanna alla figlia. Il film, che è basato su un romanzo, si chiude con l’inizio del racconto di Michael. La storia è già stata raccontata e visualizzata grazie al cinema.
Da Attesa di Dio, la raccolta di scritti di Simone Weil (di cui ricorre il centenario della nascita), pubblicata nel 2008 da Adelphi.
Dalla lettera a padre Perrin, l’interlocutore spirituale della Weil rifugiata a Marsiglia, chiamata Forme dell’amore implicito di Dio:
“L’arte è un tentativo di trasferire in una quantità finita di materia plasmata dall’uomo un’immagine della bellezza infinita dell’universo intero. Se il tentativo riesce, quella porzione di materia non nasconde l’universo, ma al contrario ne disvela la realtà tutt’intorno”.
L’arte come forma di conoscenza, subordinata alla fede, una fede radicata nell’artista, e in qualsiasi uomo, che non deve essere necessariamente resa pubblica.
“Le opere d’arte che non siano riflessi precisi e puri della bellezza del mondo, squarci direttamente praticati su di essa, non possono dirsi di prim’ordine; i loro autori saranno magari dotati di grande talento, ma non possiedono un vero genio. È il caso di molte opere d’arte fra le più famose e lodate. Ogni vero artista ha avuto un contatto reale, diretto, immediato con la bellezza del mondo, quel contatto che è come un sacramento. Dio ha ispirato tutte le opere d’arte di prim’ordine, anche se di soggetto quanto mai profano; non ha ispirato nessuna delle altre. Per converso, lo splendore della bellezza che ricopre alcune delle altre potrebbe essere benissimo uno splendore diabolico”.
L’arte ispirata da Dio e da un sacramento segreto che lega l’artista al suo ispiratore.
Dopo l’arte, la scienza:
“L’oggetto della scienza è lo studio e la ricostruzione teorica dell’ordine del mondo. L’ordine del mondo in rapporto alla struttura mentale, psichica e corporea dell’uomo. Contrariamente alle ingenue illusioni di alcuni scienziati, né l’uso di telescopi o di microscopi, né l’applicazione delle formule algebriche più astruse, né il disdegno del principio di non contraddizione permettono di uscire dai limiti di questa struttura. E d’altro canto non è neppure auspicabile che ciò avvenga. L’oggetto della scienza è la presenza nell’universo, della saggezza di cui siamo fratelli, è la presenza del Cristo attraverso la materia che costituisce il mondo”.
La scienza deve spiegare la presenza di Dio nell’universo e i suoi effetti. Ma è legata all’ispirazione divina come l’arte.
L’assenza di finalità, secondo la filosofa, è l’essenza della bellezza del mondo.
In ogni libro ci sono strutture profonde. L’analisi deve partire dalla superficie e scendere all’ossatura che sostiene l’intera costruzione. Scoperte le strutture, diviene naturale metterle a confronto con le altre disseminate dall’autore nel testo.
Prendo a esempio due passi da Moby Dick che ho segnato mentalmente mentre leggevo. L’omelia di padre Mapple termina con un climax: prima vengono gli ammonimenti ai compagni presenti nella chiesa, non “fedeli” ma “shipmates”. Padre Mapple si considera uno di loro, marinai, ufficiali o capitani che siano (ma Achab non c’è). Ammonimenti per evitare il dolore (“woe”). Seguendo le lezioni di vita del prete-uomo di mare gli ascoltatori- compagni conosceranno la gioia (“delight”). Celeste ma forse anche terrena.
Nel capitolo sulla bianchezza della balena, che Bloom considera il culmine visionario dell’intero testo, Ismaele- Melville (la figura dell’autore in questo caso coincide del tutto con quella del narratore- testimone e attore) ci parla del bianco nei termini usuali. Il bianco come colore della purezza, da associare alla gioia di cui parlava padre Mapple. Le immagini rassicuranti si susseguono fino allo scarto che genera un’inquietudine immediata nel lettore. Il bianco diventa il colore del male. L’ultima immagine, in un crescendo, è quella della balena bianca che deciderà l’esito tragico del viaggio maledetto. Climax o anti-climax? Dal bene al male, ma le immagini del bene suonano false. Il male sembra avere più potenza. Io penso che sia un climax, il negativo del sermone di padre Mapple.
Lo sono stati Moby Dick di Melville e Foglie d'erba di Whitman. Il primo letto solo da Hawthorne; il secondo solo da Emerson.
Ho finito Moby Dick dopo qualche mese. In italiano perché la mia lettura in lingua inglese si era fermata. Ricomincerà presto. Ho scoperto che leggere in lingua originale è un metodo per imparare le lingue.
Harold Bloom, nella post-fazione all’edizione italiana che ho (Mondadori), spiega che entrambe lew opere hanno avuto questo destino pur essendo gli unici esemplari dell’epos americano. E io mi sono appassionata a una letteratura che ancora non conoscevo e ho imparato che non è il successo immediato a misurare il valore di un testo. Anzi a volte è il contrario. La sfortuna di un testo può finire ed esso può essere valutato per la sua potenza espressiva e concettuale fino a diventare un testo- base della storia letteraria. Così è stato per il romanzo di Melville che era uno dei preferiti di Borges, professore di letteratura inglese e anglo- americana.
I libri per un solo lettore contemporaneo spesso sono quelli che verranno letti anni e secoli dopo la loro pubblicazione.
Meglio avere un solo lettore all’inizio e conquistare solo in seguito gli amanti della letteratura? Forse. Se quell’unico lettore capisce, commenta, suggerisce. La prima versione di Moby Dick era sul tipo dei racconti di avventure per mare come Typee e Omoo che avevano avuto un successo immediato e che ora invece sono marginali nella bibliografia di Melville. Solo dopo l’incontro con Hawthorne, Melville crea il nuovo romanzo che oggi, come ha scritto Alberto Manguel, può stare accanto alla Commedia dantesca.
L’archivio di Alberto Vigevani, librario antiquario ed editore, è stato donato all’Università Statale di Milano. Uno dei tanti archivi privati o biblioteche d’autore che cominciano a essere studiati dai bibliografi.
Ieri notte ho finito il libro di memorie di Vigevani, La febbre dei libri, dove racconta le sue ricerche di libri rari, il suo amore per l’oggetto- libro ma anche il suo piacere del testo, nel senso descritto da Roland Barthes. Forse prevale l’amore per l’oggetto- libro ma credo che non ci sia niente di sbagliato. Neil Harris, il più famoso bibliografo, lo potrebbe confermare.
Viaggi a Parigi e Londra, incontri con librai eruditi e umanisti impegnati nelle stesse ricerche. Riflessioni sulla cultura italiana. Nomi che si affollano: da Montale e Sereni a Solmi e Contini. Una storia segreta della cultura italiana del secondo Novecento e soprattutto una storia dei libri che meritano di essere cercati, letti e conservati. Il vero bibliofilo legge il libro che ha inseguito. Strano che non si parli di biblioteche e che ora invece l’archivio Vigevani si trovi in una biblioteca universitaria. Il nome della casa editrice fondata da Vigevani riprende però quello di un libro studiato da pochi perché forse illeggibile e noto per la sua bellezza fisica: l’Hypnerotomachia Poliphili. La casa editrice si chiama Il Polifilo. Bellezza fisica del libro. Vigevani in fondo è coerente.
C’era un’atmosfera proustiana nelle pagine parigine. Ho provato gioia quando l’autore ha citato Proust come uno dei suoi autori. Suo e degli amici bibliofili.
Dalla prefazione di Maria Bettetini al libro di Pierre Lévy Il virtuale, pubblicato da Raffaello Cortina Editore:
“Chissà se Pedro Calderòn de
Ma sognano anche gli altri, «sogna il ricco la sua ricchezza che gli dà preoccupazioni, sogna il povero che soffre miseria e povertà», perché «nel mondo, in conclusione, tutti sognano di essere quello che sono, anche se nessuno se ne accorge». Lo stesso Sigismondo, atteso da un lieto fine nelle scene successive, confessa di sognare: «Sogno di essere qui chiuso da queste catene e ho sognato di essermi visto in uno stato migliore di questo». Cos’è la vita? «Un’illusione, un’ombra, una finzione», anzi «tutta la vita è sogno».
Il virtuale, secondo il filosofo che insegna al dipartimento Hypermédia di Paris VIII, è “la trasformazione da una modalità dell’essere a un’altra”, niente a che vedere con il falso, l’illusorio, l’immaginario, piuttosto uno dei possibili modi di essere, che si contrappone non alla “realtà”, quella che ha già spiegato Calderòn, ma all’”attualità”, con una terminologia metafisica. Il virtuale, scrive
L’esempio è preso dal teatro perché esso è uno dei luoghi del virtuale, attualizzato ogni volta che un autore lo mettere su carta o in scena. In una scena multimediale, per esempio. Forse l’ultima parola sui sogni non è stata ancora scritta.
Dal libro Dante e le tradizioni latine medioevali di Peter Dronke, pubblicato da il Mulino:
“ la sua [di Dante] era una mente per cui ogni assimilazione rappresentava istintivamente l’inizio di un’alchimia. V’è in Dante una rara ed ostinata indipendenza- che è vicina al centro della sua creatività. Perciò le tradizioni che sono qui rievocate non rivelano altro che possibilità cui Dante poteva attingere; esse ci conducono solo fino alla soglia del mistero di come egli abbia potuto andare al di là di ciò che conosceva”.
“Mentre Dante, nel secondo canto del Paradiso, intraprende la propria ricerca della più alta poesia, sull’alto mare («per l’alto sale»), nella sua barca («mio legno»), pronto ad affrontare i pericoli di acque mai attraversate dall’uomo, non sta facendo che portare a compimento nel regno dello spirito ciò che la sua creatura, Ulisse, aveva tentato nel suo viaggio finale (Inf. XXVI). Essi [i riferimenti al viaggio di Ulisse come parallelo al suo] continuano nel quarto canto del Paradiso, dove l’insaziabile desiderio di comprendere l’ignoto diviene metaforicamente una scalata: « io veggio ben che già mai non si sazia/nostro intelletto…/ed è natura/ch’la sommo pinge noi di collo in collo».
L’Ulisse di Dante, nonostante il suo tradimento politico, era infiammato da questo desiderio di conoscere che è parte dell’essenza della nobiltà umana («seguir virtute e canoscenza») […]
Eppure il significato finale di quelle ricerche è differente: il viaggio di Ulisse, nonostante tutto il suo splendore, finisce con la distruzione, quello di Dante con la visione di Dio”
Dalla lettura di Dronke del viaggio di Dante e di quello del suo personaggio Ulisse a quella di José Luis Borges.
Dai Nove saggi danteschi pubblicati da Adelphi, saggio quarto, L’ultimo viaggio di Ulisse:
“Ulisse nel raccontare la sua impresa, la definisce insensata («folle»); nel ventisettesimo del Paradiso c’è un rinvio al «varco folle d’Ulisse», all’insensata o temeraria traversata di Ulisse. L’aggettivo è quello che Dante riferisce, nella selva oscura, al tremendo invito di Virgilio («temo che la venuta non sia folle»), la sua ripresa è intenzionale. Quando Dante giunge sulla spiaggia intravista da Ulisse prima di morire, dice che nessuno ha potuto navigare quelle acque e fare ritorno; poi racconta che Virgilio lo cinge con un giunco, «com’altrui piacque»: sono le stesse parole usate da Ulisse nel rivelare la sua tragica fine. Carlo Steiner scrive:« Il poeta ha certo pensato ad Ulisse, naufragato in vista di quel lido. Ma Ulisse aveva voluto giungervi con le sue sole forze, Dante, novello Ulisse, starà, cinto di umiltà, aperto l’animo alla fiducia di Dio, come un vincitore su quello stesso lido, al quale lo ha condotto la ragione illuminata e sorretta dalla grazia»[…] L’azione di Ulisse è indubbiamente il viaggio di Ulisse, perché Ulisse altro non è che il soggetto di cui si predica quell’azione, ma l’azione o impresa di Dante non è il viaggio di Dante, bensì la realizzazione del suo libro[…] Dante era teologo; più d’una volta la stesura della Commedia gi sarà parsa non meno ardua, forse non meno rischiosa e fatale, dell’ultimo viaggio di Ulisse”.
Dante aveva simboleggiato in vari passi della commedia un conflitto mentale e lo aveva simboleggiato anche nella tragica storia di Ulisse che a tale carica emotiva deve la sua forza.
Scrive ancora Borges:
“Dante fu Ulisse e in qualche modo poté temere il castigo di Ulisse”.
Anna de Noailles
L'Offrande à la nature
Nature au coeur profond sur qui les cieux reposent,
Nul n'aura comme moi si chaudement aimé
La lumière des jours et la douceur des choses,
L'eau luisante et la terre où la vie a germé.
La forêt, les étangs et les plaines fécondes
Ont plus touché mes yeux que les regards humains.
Je me suis appuyée à la beauté du monde
Et j'ai tenu l'odeur des saisons dans mes mains.
J'ai porté vos soleils ainsi qu'une couronne
Sur mon front plein d'orgueil et de simplicité,
Mes jeux ont égalé les travaux de l'automne
Et j'ai pleuré d'amour aux bras de vos étés.
Je suis venue à vous sans peur et sans prudence
Vous donnant ma raison pour le bien et le mal,
Ayant pour toute joie et toute connaissance
Votre âme impétueuse aux ruses d'animal.
Comme une fleur ouverte où logent des abeilles
Ma vie a répandu des parfums et des chants,
Et mon coeur matineux est comme une corbeille
Qui vous offre du lierre et des rameaux penchants.
Soumise ainsi que l'onde où l'arbre se reflète,
J'ai connu les désirs qui brûlent dans vos soirs
Et qui font naître au coeur des hommes et des bêtes
La belle impatience et le divin vouloir.
Je vous tiens toute vive entre mes bras, Nature!
Ah! faut-il que mes yeux s'emplissent d'ombre un jour,
Et que j'aille au pays sans vent et sans verdure
Que ne visitent pas la lumière et l'amour...
Una presentazione del personaggio in inglese:
http://www.nd.edu/~cperry/literary_interests/poems.html
Un sito che amo visitare sulla poesia barocca in lingua francese. Mi piacerebbe in futuro contribuire con delle traduzioni.
Dal libro di Mary J. Carruthers:
The Medieval Craft of Memory. An Anthology of Texts and Pictures, University of Pennsylvania Press, 2002,
ovvero Il Libro della Memoria.
http://www.upenn.edu/pennpress/book/13820.html
Traduzione e adattamento mio.
L'emozione associata comunemente alle memoria è il piacere. Il piacere però può diventare facilmente noia e stanchezza. Qualche volta il piacere della memoria sta nella brevità e deve essere gustato a piccole dosi a ogni passo perché esso diventa presto sazietà. Per ovviare a questo difetto del meccanismo, il consiglio è mettere da parte le esperienze che si fanno, in segmenti con cui formare insiemi a cui poter attingere, espandendoli o riassumendoli secondo l'occasione.
La mnemotecnica raccomanda di creare unità ricche a loro volta di unità brevi. Non c'è limite al numero di unità che la mente umana può contenere. Chi legge può usare il metodo per imparare dal libro che sta leggendo. Dividere in unità e poi ricomporre.